Pipernismi e dorrichismi di oggi. La letteratura ridotta a una sega a mano

Pipernismi e dorrichismi di oggi

La letteratura ridotta a una sega a mano

di Iannozzi Giuseppe

fonte: Jujol Cultura e Spettacolo

Chi ha mai urlato “scandalo”!
Ho solo detto a chiare lettere che l’editoria oramai è molto vicina a un reality show. Fabrizio Corona ha scritto un libro, e pure Gianluca Vialli, ecc. ecc. Se a qualcuno piacciono i reality, e non lo metto in dubbio perché nonostante la paventata crisi adesso ci va Alessandro Cecchi Paone sull’Isola dei Famosi per salvarlo, il reality. Peccato che all’ultimo momento l’abbiano interdetto per paura che i minori in ascolto, lobotomizzati dalla pianta dei piedi alla radice dei capelli, venissero a contatto con le parolacce di Alessandro: parolacce che, sicuro come cristo, gli avrebbero fatto aprire la bocca se non gli occhi. Così è stato costretto a promettere di comportarsi bene con tanto di giuramento sulla croce di Gesù; e come tutto risultato il reality avrà il suo Salvatore nella mortale persona di Cecchi Paone. Quindi, caro Lettore che non leggi mai un rigo, chi ti impedirebbe mai di sorbirti tutti i booktrailers che trovi in giro per la Rete, di spendere il tuo tempo coi siti a dedalo e a vaso di Pandora, con o senza minotauri?

Oddio, Antonio D’Orrico ha dichiarato già al tempo di “Io uccido” Giorgio Faletti il più grandeee… Ohhh… chi se l’aspettava. Era passata sicuramente inosservata questa sì tanto sagace dichiarazione dorrichiana! Quindi adesso Piperno e Colombati e tutti gli altri passano ad essere secondi, terzi, quarti ecc. ecc. più grandi ecc. ecc. Però questa volta sono tentato di dare ragione a D’Orrico: Giorgio Faletti è il più grande. Anzi, non è che sono tentato, sono d’accordo: è il più grande. Mi spiace per tutti gli altri che adesso hanno perso la prima posizione, ma la pole position è uno sport bastardo di natura, bisogna essere cattivi e Faletti ha la grinta del cattivo e del duro, di quello che ti conquista il mercato non solo italiano ma anche straniero. E non disprezziamo Vito Catozzo, un personaggio che ha disegnato gli anni Ottanta e le sue manie perfettamente, per non dire delle ottime prove pasoliniane come paroliere-poeta, “Minchia Signor Tenente”, brano che ancor oggi a sentirlo ti si accappona la pelle, e poi le bellissime liriche scritte insieme ad Angelo Branduardi, il menestrello italiano della musica d’autore. Si aggiunga a tutto questo che Giorgio Faletti è anche un egregio attore, che riesce bene nei ruoli, soprattutto in quelli a cui deve dar voce e credibilità a delle macchiette, come ad esempio ne “La notte prima degli esami”. Faletti per ogni thriller ti vende minimo 1.000.000 di copie: credo sia l’unico scrittore italiano capace di scrivere storie come un Michael Connelly o un Jeffery Deaver, senza scadere nell’obsoleto cliché dei thrilleristi italiani infognati tra le mura di Milano o al limite di Bologna e dintorni, questo perché Faletti riesce ad avere visione molto ampia dell’orizzonte narrativo, ne consegue quindi che infonde credibilità a ogni sua storia sia essa ambientata dietro l’angolo di casa mia, a Nizza o negli USA. Non è uno Scerbanenko che non sa scrivere, che scrive di fretta per sbarcare il lunario e il libro come viene viene e chi se ne fotte: no, Giorgio Faletti lavora di bulino, i personaggi così come le ambientazioni sono del mondo e ad esso appartengono.

Lo scrittore se non è anche il Personaggio non acquista né ha in sé latente la esse maiuscola. Faletti è Personaggio, è Scrittore, arriva e ti uccide dentro.

E’ più Personaggio Giorgio Faletti, tutti gli altri promossi da D’Orrico sono diventati, per naturale conseguenza, delle comparse, stando alla logica di promozione dorrichiana.

In fondo se uno accetta di stare e di farsi, anzi di saper farsi amare da un critico come Antonio D’Orrico deve mettere in conto che oggi c’è e domani potrebbe lasciarti a piedi in mezzo al deserto senza neanche una mezza borraccia d’acqua per tentare di sopravvivere per qualche ora appena.

Antonio D’Orrico ha lanciato anche Roberto Saviano e Tullio Avoledo, tra gli altri. Poi, dopo un po’, ci ha provato con Leonardo Colombati, ma facendo un buco nell’acqua così pazzesco che i due poli si sono sciolti, alla faccia del “Rio”, uno tsunami che ha spazzato via ogni cosa, Londra compresa. Con Alessandro Piperno gli è andata bene: ma era il suo primo libro. Il secondo, se mai lo scriverà, non credo proprio che avrà lo stesso successo di “Con le peggiori intenzioni”. D’altro canto è impossibile enumerare quante volte D’Orrico ha detto che Tizio e Caio i più grandi scrittori viventi italiani: li mette sulla scacchiera, ci gioca un po’, poi ne rimane in piedi uno solo, o meglio un solo pezzo, il Re o la Regina! Con Giorgio Faletti gli è andata proprio di lusso, ma andava a colpo quasi sicuro: in fondo Giorgio Faletti era reduce da un passato come cabarettista non indifferente (vedi il Drive In ideato da Antonio Ricci, e Faletti coi suoi personaggi Vito Catozzo, Carlino, Suor Daliso, il testimone di Bagnacavallo), poi conduttore anche di “Striscia la notizia” – che se oggi non conduci almeno una volta la notizia strisciante non sei nessuno men che meno un comico -, e ancora paroliere e cantante in prima persona, attore; e in tutte queste prove Giorgio Faletti non aveva sbagliato mai, riuscendo sempre a prendere su di sé il plauso del pubblico, come minimo. E chicca che qualcuno ama non ricordare, perché forse gli fa scomodo, anno 1995: l’album “L’assurdo mestiere” vince – sturatevi gli orecchi – il Premio Rino Gaetano per i testi, quindi per la parte “più” letteraria delle canzoni. Forte del successo sanremese e non solo, scrive canzoni per Mina (Traditore), Fiordaliso (Mascalzone), nonché i testi degli album “Camminando camminando” (1996) e “Il dito e la luna” (1998) di Angelo Branduardi, rilanciando il menestrello della canzone italiana. Arriviamo al 2002, “Io uccido”, 3 milioni e mezzo di copie: e quando mai un autore italiano, per giunta di thriller, ha fatto tanto? Il 2005 è metà e metà per Giorgio Faletti: riceve dal Presidente della Repubblica il Premio De Sica per la Letteratura. Tuttavia è anche testimonial per la campagna a favore della tutela del diritto d’autore, che fa inalberare qualcuno. Ma il terzo romanzo, “Fuori da un evidente destino” lascia alle spalle quella che qualcuno considera una macchia, mentre così non è, perché il diritto d’autore è sacrosanto e troppa teppaglia oggi crede di potersi fare la legge da sé e applicarla a destra e a sinistra a proprio modo e piacimento. E nel 2007 scrive per Milva: la coppia Milva-Faletti riesce bene, nonostante Milva abbia oramai un po’ di anni e non sia più seguitissima come un tempo. E’ chiaro che se oggi D’Orrico deve puntare su qualcuno, punterà su Faletti o su “un” Faletti. Non penso che punterà ancora su Roberto Saviano: mi sembra che oramai dopo “Gomorra” non abbia più nient’altro da dire. Che farà Saviano? Scriverà ancora di Mafia? O si darà alla fiction, o al saggio totale? Interrogativo troppo “grande e grasso” perché si possano fare scommesse su un suo futuro successo. E’ invece più probabile ipotizzare che scriverà articoli, come già sta facendo, e che poi finiranno per diventare il suo secondo libro: una raccolta di articoli, i quali poi non fanno altro che ribadire la cronaca di questi ultimi due anni e le cui idee sono state in buona parte già state dette in “Gomorra”.

Gianluca Di Feo incontra Roberto Saviano, dopo le rinnovate minacce da parte del clan dei casalesi. Ecco alcuni passi dell’intervista:

“Paura non ne ho. Fin quando c’è la parola, la possibilità di trasmettere le proprie idee, quella è la vera difesa. Certo, con il mio lavoro ho esposto anche i miei familiari. L’unico motivo per cui ho maledetto il mio libro è per le pressioni che hanno subito i miei cari e di cui non mi perdonerò. Scoprire quanto potesse essere potente la scrittura è stato uno choc. Non solo per lo sconvolgimento totale della mia esistenza. In genere, un libro non riesce a influire sulla vita dell’autore. Invece intorno a ‘Gomorra’ si è creato subito un passaparola, una catena di persone che attraverso il libro si sentivano a me vicine e io ho sentito questo contatto con loro. Non avrei mai immaginato tanto. Due siti Web di solidarietà, la vicinanza di amici nuovissimi che hanno protetto le mie parole. E quella di alcuni colleghi”. Saviano si dice stupito “dall’accusa di aver infangato la mia terra. Di aver speculato sul suo dolore. C’è stata prima diffidenza e poi ostilità per il modo con cui ho raccontato la criminalità. Da molta intellighenzia napoletana e dal mondo puritano delle lettere che si è sentito invaso da nuovi codici, nuove visioni e soprattutto nuovi lettori. Gomorra sancisce l’ascesa del lettore e dimostra la grande possibilità della scrittura. Rivoluzionaria. Perché non è la scrittura che apre la testa, non è lo scrittore che rende liberi i lettori. No: è il lettore che rende libero lo scrittore, che cancella la censura”.
Peccato che coi libri non si facciano rivoluzioni.
L’idea che il mondo possa cambiare in meglio per mezzo di un libro è un’idea fin troppo romantica. I lettori possono anche prendere coscienza dei problemi, possono scendere in piazza a manifestare, ma se poi manca lo Stato, se poi mancano le Forze dello Stato che si oppongono a Cosa Nostra, la piazza rimane lì dov’è, sgomenta perché nonostante la mobilitazione niente è cambiato.

“I romanzi di Andrea Vitali, sono una rarità, rappresentano campioni dell’antica arte del racconto italiano.” (Antonio D’Orrico, «Sette») Bei tempi quelli in cui il Corriere Magazine si chiamava ancora Sette: forse c’era un po’ di spirito critico in più rispetto ad oggi. E per “Olive comprese”: “Andrea Vitali è il medico scrittore che onoro da tempo come uno dei migliori narratori italiani.” (Antonio D’Orrico) Ma anche per “La Signoria Tecla Manzi”, D’Orrico ebbe almeno almeno una buona parola: “E’ tempo che il grande pubblico scopra l’estrema e godibilissima bravura di Andrea Vitali.” (Antonio D’Orrico, «Sette») E per “Il procuratore”: “Andrea Vitali è ogni volta più bravo. Lavora come un orologiaio su meccanismi infinitesimali. Con mano fermissima.” (Antonio D’Orrico, Sette – Corriere della Sera)
Si può dire che Andrea Vitali e Antonio D’Orrico viaggino mano nella mano: se non c’è il calcio d’avvio del critico D’Orrico, Vitali non parte da sé.
Per “Con le peggiori intenzioni” di Alessandro Piperno è invece possibile godere di questa chicca: “Sul tappeto verde della letteratura, Alessandro Piperno ha giocato la sua vita. E ha sbancato.” (Antonio D’Orrico, “Corriere della Sera”) Mentre per Alberto Ongaro: “Ongaro ha qualcosa dei re di una volta, è munifico, ricchissimo, nobile di sentimenti, nel suo inchiostro scorre sangue blu.” (Antonio D’Orrico, “Corriere della Sera”) E ancora sempre per Ongaro: “I romanzi di Ongaro sono fatti della stessa materia dei sogni.” (Antonio D’Orrico, “Corriere della Sera”) Per arrivare alfine a questa dichiarazione che è da imparare a memoria per donarla ai posteri come perla di saggezza: “Ongaro è per me il più grande narratore italiano vivente.” (Antonio D’Orrico, “Corriere della Sera”) Ma poi, parlando di un presunto post-pipernismo, D’orrico recensendo “Rio” di Leonardo Colombati, scrive: “…Alessandro Piperno e Roberto Saviano e propongo un brindisi a tutti e tre: i salvatori della letteratura italiana.”

Antonio D’Orrico, nel bene e nel male, ha sempre il suo peso: può farti vendere all’inizio, il cosiddetto calcio d’avvio, lo start, ma dopo devi saper correre con le tue gambe, insomma la classe ce la devi avere altrimenti rimani fermo pure col calcio di D’Orrico fra le chiappe, e non è bello. Come è accaduto a Leonardo Colombati con “Rio”: D’Orrico il calcio gliel’ha dato, bello forte, ma Leonardo non s’è mosso proprio, o meglio per via del calcio è caduto pesantemente al suolo per rimanerci inchiodato.
Per alcuni scrittori, se non c’è D’Orrico che gli dà il calcio d’avvio a ogni nuovo uscita in libreria, forse da soli combinerebbero ben poco o non così tanto. Tullio Avoledo funziona, gli basta un calcetto di Loredana Lipperini e uno di Sergio Pent, ma potrebbe farne a meno: oramai il suo pubblico ce l’ha consolidato.

Che D’Orrico domani incoroni un altro Nessuno il più grande scrittore italiano vivente è fuor di dubbio, come è fuor di dubbio che oramai Giorgio Faletti non ha più bisogno di D’Orrico, in quanto viaggia benissimo da solo. Purtroppo c’è da dire, considerata la fama di cui gode bene o male D’Orrico, che se stronca un autore o se lo incensa e non gli riesce di portarlo su, quello scrittore farà probabilmente una fatica del diavolo per rimettersi in piedi, sempre che ci riesca. Il che non è affatto detto.

In ogni modo, è inquietante che un critico possa decidere della sorte di un autore. Del suo futuro, per i posteri anche. O per meglio dire: che un solo critico sia tanto influente, soprattutto sulle persone comuni – che ogni tanto si fanno prendere l’uzzolo di leggere un libro -, non dico tanto sugli addetti ai lavori che, se non sono proprio rincoglioniti di loro, ogni tanto si spremono pure le meningi col rischio però d’andare incontro a un coccolone abituati come sono a non pensare! Poi, a ben guardare, D’Orrico è diventato famoso lanciando Giorgio Faletti: io direi, senza osare neanche troppo, che è stato Faletti a lanciare definitivamente Antonio D’Orrico. E oggi D’Orrico, bellamente, a chi gli chiede se ripeterebbe l’esperienza di portare Giorgio Faletti in copertina: “Tre volte di fila. Perché è servita moltissimo. Ha svelato il trucchetto, vale a dire che quella conventicola di diciotto persone che si crede Dio in terra invece non conta nulla. Questa è una trasformazione epica da sottolineare. Così come accadde con Camilleri peraltro. Se il libro di uno scrittorello di quel salotto avesse avuto il successo di “Io uccido” ora avremmo uno stronzetto mafiosetto che pontifica ovunque. Cosa che non è avvenuta con Faletti. La cui opera seconda è certo inferiore, ma questa è solo la prova che Faletti non ha una casa editrice alle spalle. Però non si cancella il fatto che sia bastato un comico a spazzarli via tutti.” (fonte: D’Orrico il flâneur – da una intervista di Corrado Ori Tanzi)

>>> Della “sorte di un autore” decidono, oltre all’autore stesso (che ha molte libertà d’azione): l’editore (la sua direzione editoriale, il suo ufficio marketing, la sua redazione, il suo ufficio stampa), l’agenzia di promozione, l’agenzia di distribuzione (queste due spesso coincidono), i librai, eccetera. E, ultimi ma non ultimi, i lettori. (Giulio Mozzi)

Poco ma sicuro che è come Giulio Mozzi spiega. Giusto sì, ma entro un certo limite.

Ecco perché:

- se un D’Orrico stronca un autore, e i lettori credono in quel che D’Orrico ha detto, c’è ben poco da fare per l’autore: potrà sbracciarsi quanto vuole, ma se gli spettava un successo pari a 100, dopo D’Orrico se lo troverà buttato all’ortiche: il caso Leonardo Colombati, troppo incensato da D’Orrico, dovrebbe far riflettere, difatti si è riso abbastanza, abbastanza perché alla fine sono (forse) più coloro che hanno letto la recensione di Antonio D’Orrico che non quelli che hanno comperato e apprezzato “Rio”;

- l’editore può decidere una strategia di pubblicità, oltre a una di pubblicizzazione; ma la pubblicità non è gratis, costa e non poco, quindi l’editore deve avere capitali da investire per fare pubblicità al libro e quindi all’autore. Diversi canali per la pubblicità, internet con un semplice banner, ma soprattutto giornali, radio e televisione: e qui la pubblicità è molto costosa, quasi mai sicura per un prodotto che è “il libro”;

- la distribuzione poi è importante, soprattutto per un piccolo o medio editore; non è un problema per il gruppo RCS o Mondadori, ma se il libro è quel che è, anche se portato negli autogrill lì resta, poi finisce, con un po’ di fortuna, nei remainders; e poi, i librai spesse volte sono dei lettori, non dico di libri solamente, di recensioni soprattutto, perché in fondo il loro mestiere è indicare al lettore sprovveduto e poco “lettore” il libro più conveniente ai suoi gusti;

- i lettori si fanno conquistare molto dalle recensioni, siano esse in Rete, siano esse su canali più tradizionali; il lettore “debole”, quello che legge sì e no un paio di libri durante l’anno, praticamente dipende dalle recensioni positive, possibilmente griffate; ma anche il lettore meno navigato di fronte a una recensione che dice troppo bene di un libro, alla fine, comincia con l’interrogarsi e a far raffronti con altre critiche, spesse volte chiedendo al libraio se è proprio così, che quel libro vale tanto o si è un po’ tanto esagerato.

Io dico che Antonio D’Orrico ha lanciato Giorgio Faletti, ma è forse più vero che Giorgio Faletti ha lanciato Antonio D’Orrico nell’Olimpo: Faletti non era già al tempo di “Io uccido” il primo che capita, vantava già un curriculum non da poco, per Antonio D’Orrico è stato facile farne anche un personaggio buono alla letteratura. Quindi se D’Orrico non l’avesse detto il più grande scrittore italiano, l’avrebbe fatto qualcun altro, poco ma sicuro, magari un Vincenzo Mollica con le debite conseguenze per tutto quel “dopo il lancio di Giorgio Faletti, ecco che Vincenzo Mollica indica un altro grande scrittore…”

In chiusura, oramai, Harry Potter, in quanto libro-prodotto che va via come il pane e di più, non ha bisogno di un forte battage pubblicitario, anche se poi viene fatto e alla grande. Se domani uscisse, per assurdo, un nono capitolo di Harry Potter questo andrebbe a ruba con o senza pubblicità. Perché il lancio promozionale è stato fatto ab imis, con il primo capitolo del maghetto, un battage pubblicitario che si è installato nella memoria di chi oggi segue il maghetto. Il primo capitolo di Harry Potter era un buon prodotto, l’editore ci ha investito su e ha fatto bene, ha fatto la fortuna della Rowling nonché la sua: forse la Rowling, in quanto a fama tra il popolo, oggi è seconda solo a Dan Brown. Se anche oggi D’Orrico dicesse che Harry Potter è una cagata pazzesca, che Dan Brown è un azzeccagarbugli delle lettere, le sue recensioni negative nei confronti di autori così tanto amati dal pubblico non sortirebbero alcun effetto, riuscirebbe solo ad attirare su di sé un po’ di sano odio del pubblico. Ci sono poi libri che vanno avanti solo grazie alle recensioni, solitamente ipertese, o meglio ancora oltremodo pompate e inverosimili: è il caso della recensione che D’Orrico ha affibbiato a “Rio” di Leonardo Colombati, ma ottenendo come tutto risultato di affossarlo invece di far emergere autore e libro. Leonardo Colombati forse era sicuro che D’Orrico l’avrebbe portato in alto, eleggendolo a novello Proust, come già gli era riuscito con Piperno: così non è stato, il post-pipernismo millantato dal critico D’Orrico ha fatto ridere a crepapelle critici e pubblico. Quella che doveva essere una critica per far di Colombati un novello grande scrittore italiano alla fine si è rivelata un macigno legato al collo del povero Colombati, che non ha potuto far proprio niente per non annegare nel suo “Rio”. Colombati ci ha provato, voleva forse “arrivare”, entrare in quella schiera di grandi scrittori dorrichiani: non ce l’ha fatta. Perché? Il romanzo non è quel che D’Orrico ci ha raccontato. L’idea del post-pipernismo è diventata una barzelletta sulla bocca di pubblico e critica non di stampo dorrichiano. Non è più tempo per il radical chic, moda che non interessa più il lettore: sono questi, a mio avviso, i precipui motivi per cui Colombati è affondato. Non D’orrico: difatti siamo ancora qui che ne parliamo nel bene e nel male; D’Orrico continua ad essere seguito, forse anche in virtù del fatto che ci fa sorridere di tanto in tanto. “Rio” era un libro che avrebbe potuto funzionare discretamente a forza di recensioni oneste, equilibrate. Ma in verità è solo un romanzetto, o il canovaccio per una soap-opera scarsa di mezzi e di idee originali; tuttavia se ci fossero state dall’inizio critiche oneste “Rio” avrebbe trovato maggiori consensi, perché in fondo in fondo le soap-opera sono seguite. Essendo che è stato spacciato per qualcosa di più di una soap-opera, la conseguenza è stata che l’interesse per “Rio” si è quasi totalmente limitato alla non veritiera critica di D’Orrico.

Informazioni su Giuseppe Iannozzi

Iannozzi Giuseppe, detto Beppe Iannozzi o anche King Lear. Chi è Giuseppe Iannozzi? Un giornalista, uno scrittore e un critico letterario Ma nessuno sconto a nessuno: la critica ha bisogno di severità e non di mafiosa elasticità.
Questa voce è stata pubblicata in arte e cultura, attualità, controinformazione, critica, critica letteraria, critici letterari, cultura, editoria, Iannozzi Giuseppe, jujoliannozzigiuseppe, libri, narrativa, querelle, riflessioni, romanzi, stroncature e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.