Quanto mi piace masturbarmi

Quanto mi piace masturbarmi

di Iannozzi Giuseppe

Da bambino ero capriccioso. Poi sono diventato un pubescente, e sono diventato vizioso: il mio gioco preferito era quello d’andarci giù di mano, non mi stancavo mai, una sega tirava l’altra, e io il pipino ce l’avevo sempre maledettamente in tiro. Non potevo guardare una donna, anche avanti con gli anni, che subito mi veniva duro: un dolore orrendo nelle mutande, che dovevo sfogare quanto prima per non soffrire. Molti dei ricordi più belli, e non è solo tanto per dire, li ho buttati nel cesso: si può dire che anche gli amori più puri siano finiti nelle fogne della mia città. I miei amici si masturbavano a letto preferibilmente, io no, a me piaceva in piedi, davanti al cesso: adoravo veder il mio pipino ben eretto che eiaculava il bianco seme, che lo spruzzava fuori con energia, manco avessi una fontana inesauribile come quella che c’è in Piazza di Spagna e dove so di per certo che un tempo ci si bagnavano tutte le attrici che contavano, fossero esse hollywoodiane o di Cinecittà. Riuscivo a venire anche con le immagini dei santini, cioè delle Sante: sin tanto che son stato costretto ad andare in Chiesa per volere dei miei vetusti, l’unica consolazione era che il prete mi riempiva d’immagini, a sua detta, sacre. Io scartavo tutte quelle che rappresentavano dei santi maschi e mi tenevo le altre, poche in verità: ma nei giorni di magra, mi tornavano utili, e così credo d’aver scoperto il sesso profondo della fede, masturbarsi ma velocemente e non pensarci più.

Poi, una volta scoperti i porno in edicola, mi sono ribellato e in Chiesa non ci sono voluto più andare: ero diventato ateo e per giunta continuavo ad essere vizioso. Stavo chiuso per delle ore in bagno; mia madre invano bussava alla porta, io le rispondevo che avevo un mal di pancia che neanche la madonna me l’avrebbe fatto passare. Per due anni si andò avanti così, e mia madre – una pia donna molto ingenua – prese a preoccuparsi sul serio per i miei attacchi di colite, così tanto che si decise a portarmi dal medico di famiglia, anche se io protestai fino a farmi esplodere le lacrime negl’occhi. Il medico mi palpò l’addome e diagnosticò il sospetto d’un’incipiente appendicite ma già bella infiammata, per cui non sarebbe stata una cattiva idea pensare di rimuoverla chirurgicamente. Mia madre quasi svenne e io pure: quando mi resi conto che il dottore non scherzava affatto e che era un ciarlatano di quelli grossi, cominciai a temere di finire sotto i ferri. Mia madre piangeva tirando urla e preghiere al cielo, una scena così drammatica che mi spezzava il cuore: un pathos così neanche Eschilo. Finì che mi portarono in ospedale in ambulanza, e mentre si correva verso il Pronto Soccorso la cacarella fece novanta e la colite mi prese veramente e forte per di più: in pratica mi cagai sotto. Mia madre – pia donna – scoppiò a piangere ancora più forte quasi soffocandosi nei singulti: per lei era chiaro che ero spacciato, che il suo adorato figlio aveva l’intestino marcio. Pregava Dio come una forsennata perché mi salvasse: io pregavo soltanto di non finire sotto i ferri. Esasperato e impaurito ero pronto a confessare che non avevo niente, ma non sarebbe servito: oramai me l’ero fatta sotto, e quella era per tutti la prova che ero malato, con l’intestino marcio. Avevo voglia di piangere. Quando finii in sala visita, eccomi circondato da due giovani infermiere e da una Dottoressa molto giovane: tre femmine ben più che appetibili, fu inevitabile che avessi un attacco di priapismo. La Dottoressa prese a palpeggiarmi il ventre, quasi a sfiorarmi l’inguine: il dolore alla pancia m’era passato di botto sostituito da quello al pipino. Mi venne sù un’erezione del diavolo: eiaculai mentre la Dottoressa continuava a palparmi sul lato destro, là dove c’era il sospetto che ci fosse il mio intestino marcito. Eiaculai arrossendo come un cardinale: mi bagnai, e tutte se ne accorsero. La Dottoressa mi sorrise e poi, con gentilezza, mi pregò di tirarmi sù le braghe dicendomi a lettere di fuoco che ero sano come un pesce. Ancora tutto rosso, sulle mie gambe uscii dalla sala visite e dietro di me la Dottoressa che disse un paio di cose a mia madre: mentre le due donne parlavano, io avrei voluto sprofondare all’inferno per la vergogna. La Dottoressa mi passò davanti, mi tese rapidamente la mano, mi chiamò giovanotto e mi fece un mezzo occhiolino. Quando poi mia madre mi raccolse fra le sue braccia, capii che la giovane Dottoressa non le aveva detto niente. Mia madre – povera donna – per settimane
intere non fece che ringraziare il Signore con preghiere e generose mance in Chiesa perché Gesù le aveva NO OTfatto il miracolo; io continuai a masturbarmi in bagno, ogni giorno con sempre più accanimento, eiaculando in fretta per non destare troppi sospetti. A quei tempi riuscivo a venire a comando praticamente: un miracolo sì, essere giovani.

Informazioni su Giuseppe Iannozzi

Iannozzi Giuseppe, detto Beppe Iannozzi o anche King Lear. Chi è Giuseppe Iannozzi? Un giornalista, uno scrittore e un critico letterario Ma nessuno sconto a nessuno: la critica ha bisogno di severità e non di mafiosa elasticità.
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2 risposte a Quanto mi piace masturbarmi

  1. vany ha detto:

    Sei di un folle che di più non si può, 1domanda..ora che sei un vecchietto il pipino è ancora arzillo? :P
    bye vany

    • Iannozzi Giuseppe ha detto:

      Devo dare una risposta adatta a una bimba facile a scandalizzarsi, per cui risponderò con un un forte e più che deciso Sì, non ha perso un colpo, anzi ne ha acquistati opo tanto armeggiare. ^___^”’

      Libera di crederci o no, ma più o meno mi è accaduto così a me. Altro che. ^___^”’

      orsetto di VaNY

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